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Riduci Blog "a casa di Cornelio"

Inviato da: Patrizia
16/02/2009 15.10

  “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire...”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita...

Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.

Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?

Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.

E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.

Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili...

Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...

Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.

Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.

Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.

Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

Enzo Bianchi 

 

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1 commenti...

Re: Vivere e morire secondo il Vangelo di Enzo Bianchi

Sono stato invitato a parlare a Brescia di "Viloenza nell'esperienza medica" e nel testo che ho preparato (prima degli ultimi giorni di Luana, ma pensando anche a lei), a proposito di fine vita, scrivo quanto segue:
Leggendo il titolo dato a questo intervento, molti avranno subito pensato che si sarebbe discusso di accanimento terapeutico, di eutanasia, di testamento biologico e forse saranno stati sorpresi dallo sviluppo dato al tema, ma credo che l’unico modo per non affrontare questi problemi in modo ideologico sia quello di rendersi conto che tali problemi si presentano abitualmente alla fine di un lungo percorso, alla conclusione di una lotta dell’uomo contro la violenza della malattia , una lotta che il paziente ha combattuto per continuare a vivere, nonostante il corpo ferito e le sofferenze sofferte.
E’ troppo facile entrare a piè pari in un discorso esistenziale, quasi che il problema si presentasse a ciel sereno, e fosse possibile affrontarlo in modo asettico, puramente razionale, come se il cuore e le viscere del nostro corpo non avessero nulla da reclamare.
E’ chiaro il mio rifiuto di una eutanasia attiva, cioè di accelerare la morte, senza combattimento, rispondere alla violenza con un’altra violenza, definitiva, ma altre sono le situazioni per le quali si impone il problema etico. Le possibilità che oggi ha la medicina di intervenire sulla biologia del corpo sono veramente molteplici, ma la biologia del corpo non riassume in sé tutto il corpo; in effetti siamo ancora razionalmente dipendenti da una visione platonica che distingue tra anima o psiche e corpo inteso come involucro che accoglie l’altra realtà.
Quando la medicina si accanisce a far funzionare la biochimica e la meccanica del corpo, se quel corpo nella sua complessità resta estraneo a questo intervento, ebbene qui si produce una violenza sulla totalità, qui si assiste all’alienazione della persona.
I confini tra eutanasia passiva e fine dell’accanimento terapeutico sono piuttosto labili. Infatti si intende per eutanasia passiva l’astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita e per accanimento terapeutico il ricorso ad interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Si parla anche di abbandono terapeutico per definire l’eutanasia passiva, inteso come astensione di un intervento proporzionato alla situazione del paziente.
Qual è il confine tra azione che mantiene in vita e azione che determina il prolungamento della vita in modo non rispettoso della dignità della persona? Chi stabilisce il confine?
Per mia fortuna non sono medico rianimatore e non mi occupo dei casi di vita vegetativa, ma penso che i colleghi che giorno dopo giorno sono a contatto con questa terribile realtà e che hanno combattuto per ridare dignità ad una vita spezzata, abbiano acquisito strumenti per assumersi tutte le responsabilità del caso. Per quel che mi riguarda, nella mia esperienza di oncologo, ove si parla di pazienti che non hanno perso coscienza, i criteri che ispirano le scelte devono essere volti ad accompagnare il paziente a una morte il più possibile serena.
Si fa riferimento al dolore come elemento che indurrebbe alla sospensione dei trattamenti. Nulla di più falso nella maggior parte dei casi, perché oggi è possibile controllare il dolore. Sono altre le condizioni che suggeriscono l’astensione dei trattamenti, anche di supporto e riguardano solo lo stadio terminale della malattia , quando ormai i trattamenti specifici oncologici si sono dimostrati inefficaci e il prolungamento del loro impiego risponde o ad un ottuso e colpevole senso di onnipotenza o alla incapacità di assumersi la responsabilità di definire finito il percorso terapeutico. L’accanimento terapeutico riguarda soprattutto le terapie di supporto e sull’uso di queste si è acceso maggiormente il confronto. Quali devono essere garantite? Idratazione, alimentazione artificiale, terapia del dolore, regolatori di funzione di organi?
La risposta deve avvenire solo nel rispetto della persona ammalata, considerando lo svolgimento della lotta condotta contro la malattia, perché la morte non è il contrario della vita, ma sta nella mortalità della vita.
Quando non si sia determinata un’alleanza tra medico e paziente (per responsabilità di una o di entrambe le parti) è difficile che, qualunque siano i provvedimenti presi, questi non rischino di essere percepiti come atti violenti (e questa sensazione si trasferisce anche alle persone intimamente legate al paziente). Se al contrario il percorso terapeutico è stato condiviso non solo nella speranza della risoluzione, ma anche nei dubbi, nelle preoccupazioni per possibili insuccessi, allora è possibile che il medico comprenda quale sia il momento per lasciare andare il paziente, non trattenerlo più artificialmente ad una vita che si è consumata. L’eutanasia, nel suo significato originario di “morte bella o buona” può essere ancora perseguita non attraverso un atto violento, ma tramite la riconciliazione del paziente con il suo vissuto, con il mondo dei suoi affetti. Perché ciò possa avvenire è importante che il medico abbia acquisito la fiducia del paziente e delle persone che gli stanno più vicine e che solleciti queste ultime ad atti di amore; è importante che queste non neghino a sé e al paziente la tragicità del momento, bensì sappiano cogliere gli ultimi giorni come opportunità di trattenere per sé una memoria ricca di emozioni positive e consegnino al paziente la riconoscenza per l’amore vissuto.
Se si realizza questa comunione di spirito, sarà il paziente stesso che saprà cedere ad una morte che non fa più paura e al medico spetterà solo il compito di far in modo che i sintomi più gravi della malattia (fame d’aria, disidratazione,dolore) non offuschino un dolce distacco.

Da giovanni a   20/02/2009 14.05

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