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Patrizia
29/06/2009 22.34
Gli uomini hanno paura delle donne. È una paura che viene da lontano, da lontano quanto la loro vita. È una paura avvertita sin dal primo giorno, e non è solo paura del corpo, del volto e del cuore della donna, ma anche paura della vita e paura di Dio. Poiché tutti e tre son vicini: la donna, la vita e Dio. Cos'è una donna? Nessuno sa rispondere a questa domanda, neanche Dio, che pur le conosce per esser stato generato da loro, nutrito da loro, cullato da loro, vegliato e consolato da loro. Le donne non sono Dio. Le donne non sono esattamente Dio. Manca loro molto poco per esserlo. Manca loro molto meno che all'uomo. Le donne sono la vita, in quanto la vita è più vicina al riso di Dio. Le donne hanno la custodia della vita durante l'assenza di Dio, a loro è affidato il sentimento limpido della vita effimera, la sensazione fondamentale della vita eterna. E gli uomini, non riuscendo a superare la propria paura delle donne, credendo di superarla nei giochi di seduzione, nelle guerre o nel lavoro, ma non superandola mai realmente, gli uomini, avendo una paura eterna delle donne, si condannano in eterno a non conoscere quasi nulla di loro, a non gustar quasi niente della vita e di Dio. Poiché sono gli uomini a fare le Chiese, è inevitabile che le Chiese diffidino delle donne, come del resto diffidano di Dio, cercando di addomesticare le une e l'altro, cercando di contenere la vita in piena nell'alveo molto sobrio dei precetti e dei riti. La Chiesa di Roma, in ciò, somiglia a tutte le altre. Nel 1310, meno d'un secolo dopo la morte di Francesco d'Assisi, brucia una donna, Margherita Porete, per il suo libro, Lo specchio delle anime semplici. In questo libro non vi è nulla che Francesco d'Assisi non avrebbe potuto sottoscrivere, nulla di più di ciò che egli diceva senza dirlo, cantando. In questo libro ella non si serve del latino dei preti ma del provenzale dei trovatori, che è la lingua dei passeri e dei principi, lingua famelica della sovrabbondanza d'amore. Non si rivolge né all'Altissimo né all'Infinitamente Piccolo. Si rivolge al Vicino-Lontano. Parla a Dio dandogli quel nome che tutte le donne potrebbero dare al proprio marito: il vicino-lontano. Mai là, mai altrove. Né veramente assente né veramente presente. Insieme alla sua carne, una frase del libro di Margherita Porete si contorce sul rogo, divorata dalle fiamme, senza nulla perdere della sua trasparenza: "Di nessuno si può dire che è insignificante, perché è chiamato a vedere Dio senza fine.". Questa frase che vola nell'aria calda volteggia sulla place de Grève un bel giorno di giugno del 1310, si perde nel cielo e ritorna meno d'un secolo addietro a posarsi sulla manica di rozzo panno di Francesco d'Assisi: non ha mai detto altro che questo. Non ha mai vissuto nulla che non sia in accordo perfetto con questo credere in un'uguaglianza assoluta di ciascun vivente, in una stessa dignità d'esistenza data a ciascuno - pezzente, borghese albero o pietra- in virtù del semplice miracolo di apparire sulla terra, bagnato dal medesimo sole d'amore sovrano. Per questa convinzione l'uno e stato santificato, l'altra messa al rogo; e ciò non è altro in fondo che il frutto di un medesimo malinteso. La parola che adora come quella che maledice ignorano tutto di quel che nominano, e d'altronde spesso si succedono nello spazio d'un secondo sulle stesse labbra, a proposito di uno stesso oggetto, di una stessa persona.
La differenza fra gli uomini e le donne non è una differenza di sesso ma di posizione. Uomo è colui che sta al suo posto d'uomo, che vi sta con gravità, con serietà, ben al caldo nella sua paura. Donna è colei che non occupa nessun posto, neanche quello che è il suo, costantemente persa nell'amore che continua a chiamare, a chiamare, a chiamare. Questa differenza potrebbe essere scoraggiante se non potesse essere superata ad ogni istante. L'uomo che delle donne non conosce che il timore ch'esse gli ispirano, e che dunque non ne conosce niente, l'uomo ha tuttavia un principio di luce, un frammento di ciò che è Dio, nel suo ricordo malinconico di un sorriso di donna, nella sua invincibile nostalgia di un volto illuminato di spensieratezza. È sempre possibile per un uomo raggiungere il campo delle donne, il riso di Dio. Basta un movimento, un semplice movimento di quelli che compiono i bambini quando si slanciano in avanti con tutte le loro forze, senza timore di cadere o di morire, dimentichi del peso del mondo. Un uomo che esce così da se stesso, dalla sua paura, ignorando questa pesantezza della serietà che è pesantezza del passato, un tale uomo diviene come colui che non occupa più un posto preciso, che non crede più alle fatalità dettate dal sesso, alle gerarchie imposte dalla legge o dal costume: un bambino o un santo, nella prossimità ridente del Dio - e delle donne. E su tale punto la Chiesa di Roma si distingue da tutte le altre: nessuno più del Cristo ha rivolto il suo viso verso le donne, come si volge lo sguardo verso le fronde degli alberi, come ci si china sull'acqua di un fiume per attingervi forza e voglia di proseguire il cammino. Le donne nella Bibbia sono quasi altrettanto numerose degli uccelli. Sono là all'inizio e sono là alla fine. Esse danno la luce al Dio, lo guardano crescere, giocare e morire, poi lo risuscitano coi gesti semplici dell'amore folle, gli stessi gesti dall'inizio del mondo, nelle caverne della preistoria come nelle camere surriscaldate delle maternità.
Nella sua imitazione ingenua, quasi maniaca, delle Scritture, Francesco d'Assisi non poteva evitare quest'incontro con una donna amante, sua sorella, il suo doppio. Non c'è nulla da dire di lei, se non che si completano come i due pilastri dell'arcobaleno, ogni gradazione d'amore passa dall'uno all'altra, ogni colore del sogno. Non c'è nulla da dire di lei se non il suo nome, e il suo nome dice chi sia, e cosa dia: Chiara. Chiarore, chiarezza, chiaroveggente, schiarita: tutti questi nomi stanno nel suo nome, tutte queste luci vengono da lei, fanciulla di sedici anni che i genitori vogliono maritare, fanciulla come se ne trovano nelle vecchie canzoni francesi, uccello ribelle al canto che gli si vuol insegnare, passero che preferisce saltellare sui sentieri battuti dalla pioggia, piuttosto che rifugiarsi nel fogliame ombroso di un solo albero, foss'anche di alto lignaggio. Che vuoi fare più tardi? si domanda al bambino che non sa che voglia dire più tardi, che conosce solo il presente e, nel presente, la meravigliosa presenza di tutto. Chi vuoi sposare più tardi? si domanda a colei la cui bellezza preoccupa e consiglia a mettervi fine con un matrimonio. Poiché i matrimoni logorano l'amore, lo affaticano, lo attirano verso la serietà e la pesantezza che sono il luogo del mondo. Ma colui ch'ella vuole sposare non è là né lo sarà mai. Non è là né è altrove. E infinitamente grande e infinitamente piccolo, è lontano e vicino. Non si ritrova in nessuna fatalità della storia, in nessuna eco d'amore perduto, non può vincersi né perdersi, è e non è. Come nelle vecchie canzoni, la fanciulla lascia di notte la casa dei genitori, passa da una porta segreta, ostruita da una catasta di legna, toglie i ceppi uno ad uno con le sue mani, fugge nella notte stellata verso colui che ha escogitato il rapimento, il re di cuori, il principe della fuga, Francesco d'Assisi. Amano dello stesso amore, son fatti per intendersi, ebbri dello stesso vino. Ella scambia la veste scintillante con un rozzo gabbano di lana, ed eccoli per anni, insieme e separati, lui che prende nella trappola della sua voce gli uccelli del cielo, le bestie dei campi e gli uomini delle città, lei che spinge nelle reti di Dio fanciulle sempre più numerose, sempre più belle.
Christian Bobin, estratto dal libro “Francesco e l’infinitamente piccolo”
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